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The International School for Holocaust Studies

Testimonianza di Alberto Behar* (0.31/14.8)


Fra l’agosto e il settembre del 1943 stavo a Meina, occupato nella gestione dell’Hotel Meina. In questo albergo vi erano parecchi ebrei di Salonicco. Stavano a Meina nella speranza di poter passare in Svizzera. Ma oramai su tutto il Lago Maggiore imperavano i tedeschi e la fuga veniva rimandata di giorno in giorno. Nessuno di noi però sapeva cosa i tedeschi avessero già commesso nelle altre località del lago.
Il 17 settembre, alle ore 10 del mattino entrarono nell’albergo circa 20 SS, tedeschi e italiani con due interpreti anch’essi in divisa tedesca. Sbarrarono tutte le porte e fecero scendere tutti. Nell’albergo Meina c’erano circa cento persone. Dentro e fuori l’albergo circolavano sentinelle armate. Poi, uno per uno ci vollero vedere tutti e, con registro in mano, verificavano i documenti.
Su quelli di ebrei c’era stampato “ebreo”.
Io, come tutta la mia famiglia eravamo sudditi turchi. Nel mio albergo a quell’epoca era capitato il console turco con altre 17 persone appartenenti al consolato turco. Tutti gli ebrei, compresa la mia famiglia composta di sei persone, furono portate all’ultimo piano dell’albergo e lì chiusi in tre o quattro stanze. Fuori dalle porte sostavano sentinelle armate. Gli altri ospiti dell’albergo, dopo la verifica, furono messi in libertà. Dalla cucina dell’albergo ci mandavano i cibi, prima scrupolosamente controllati. Io e la mia famiglia rimanemmo rinchiusi per 3 giorni insieme ad altri ebrei. Nel frattempo potei informare il console turco, il quale si presentò per perorare la mia causa. Ma il comandante tedesco non volle sentire ragioni, anzi decisero di sbarazzarsi subito di me. Alle 19 della stessa sera mi portarono a Baveno, dov’era il comando generale tedesco e poi a 7 km da Baveno in una villa isolata con intenzione di ammazzarmi. Nelle cantine di questa villa erano ammassati altri disgraziati destinati ad essere ammazzati. Ma non si decisero a procedere senza prima avere l’ordine da Baveno. Intanto il console turco si oppose di nuovo con molta energia al mio arresto dicendo che i numerosi tedeschi che allora si trovavano in Turchia, avrebbero risentito le conseguenze di questo arresto. Ciò indusse il comandante a dare ordine di ricondurmi a Meina.
Al ritorno misero me e la mia famiglia non ci misero più insieme agli altri ebrei, ma in un piano inferiore con l’ordine tassativo di non uscire dall’albergo. Così passò un altro giorno. La sera vennero due tedeschi vestiti in borghese, con un’ auto senza targa, e chiesero di parlare con me. Per non essere sentiti da nessuno - così vollero - ci appartammo nella dispensa. Lì, un po’ in italiano e un po’ in francese mi spiegarono che, su ordine del mio console, erano venuti a salvarmi. Senza rispondere né sì né no uscii dalla dispensa e loro dietro a me. In quel momento passava per il corridoio il vice-console turco. Gli chiesi cosa dovessi fare e mi disse di non seguire i due individui, che non vollero dare a lui nessun spiegazione. Durante questo colloqui, tutt’altro che tranquillo, nessuno dei 40 circa SS si avvicinò a noi. Si vedeva chiaramente che volevano farmi fuori ma rimanere “con le mani pulite”. Questo incidente mi indusse a tagliare immediatamente la corda. E così, prima io, poi i miei famigliari, uno per uno senza portare niente con noi, uscimmo dall’ingresso laterale dell’albergo, e dopo un giorno ci riunimmo tutti a Varese. Nelle notti precedenti la nostra fuga sentivamo dei rumori sospetti e allora, senza accendere la luce, da un finestrino del bagno, potemmo osservare i nostri aguzzini che, due volte per notte, venivano con una macchina, caricavano 4 ebrei per volta e scomparivano. In seguito sapemmo, che a quelli che rimanevano nelle stanze dell’ultimo piano, i tedeschi spiegavano che queste persone venivano trasferite nel campo di concentramento. Ma la triste verità fu presto scoperta. Una mattina, sulla superficie del lago si vide galleggiare un cadavere. Era il sig. Tores, uno degli arrestati. Anche altri cadaveri furono visti affiorare. Così la popolazione seppe che i tedeschi mettevano i disgraziati ebrei in una barca, poi li derubavano di tutto ciò che avevano, gli legavano pietre al collo e li buttavano nel lago. L’ultimo delle loro vittime fu un vecchio di 80 anni con due nipotini. I ragazzi furono trovati legati insieme. Gli stessi crimini commisero gli assassini tedeschi a Stresa, Baveno, Arona.
Eravamo nel pieno XX secolo!

* Alberto Behar , proprietario dell’Hotel Meina era residente a Milano in via Bigli 20. La sua testimonianza è stata resa nel settembre del 1960. Per un’analisi più approfondita sulla prima strage di ebrei in Italia avvenuta nel settembre 1943 cfr. Aa. Vv La strage dimenticata. Meina settembre 1943. Il primo eccidio di ebrei In Italia, Interlinea Edizioni Novara 2003. In particolare si segnala la testimonianza di Becky Behar, nipote di Alberto e il saggio di Mauro Begozzi, La strage dimenticata: bilancio degli studi, op. cit. pp. 49-66. Si segnala inoltre il volume di Marco Nozza, Hotel Meina: la prima strage degli ebrei in Italia, Mondatori, Milano 1993.