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The International School for Holocaust Studies

Testimonianza di Emerico Berio* (0.3/3424)


Sono nato a Fiume il 9 giugno 1910, mio padre si chiamava Enrico e mia madre Berta, nata Bauer. Mi sono laureato in medicina-chirurgia nel 1934 all’Università di Milano. Mi sono sposato nel 1938, mia moglie si chiama Luisa nata Pini. Ho un figlio, Duccio.
La nostra famiglia era piuttosto assimilata, ma mio padre era religioso ed osservavamo le tradizioni ebraiche abbastanza scrupolosamente, benché mia madre non fosse tanto religiosa. Il nostro ambiente era prevalentemente cattolico.
Mio padre era direttore della ditta S. &. W. Hoffmann, in seguito denominata Società An. “Intercontinental”, con sede a Fiume, però mio padre viaggiava moltissimo per affari, visitando parecchi paesi dell’Europa, con la famiglia.
Dopo essermi laureato e fino all’8 settembre 1943, svolgevo la mia professione a Milano.
Subito dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali, nel 1938, mi sono messo in rapporto con elementi del Movimento G. L. (Giustizia e Libertà), sotto gli auspici del Partito d’Azione (liberali con tendenze socialiste).
Fino all’anno 1942 rimasi in servizio normale alla “Clinica del Lavoro” (presso l’Università di Milano) e dovetti lasciare il posto in seguito alla denuncia di un mio collega, medico, alla medesima Clinica. Fino all’8 settembre 1943 lavoravo come libero professionista, l’11 settembre me ne andai in Svizzera, facendo la traversata per la montagna, e pochi giorni dopo mi feci raggiungere dai miei genitori che furono internati in un albergo di Lugano (Albergo “Flora”) rimanendovi fino alla fine della guerra. A Lugano ero a piede libero (non in un campo), in rapporti con la delegazione svizzera del C. L. N. (Comitato Nazionale di Liberazione), il cui capo era un democristiano, l’avvocato Pezzotta di Bergamo. Io aderii al PSIUP (Partito Socialista di Unità Proletaria) che aveva il suo rappresentante in Svizzera nella persona dell’avvocato Vigorelli. Ho conosciuto allora parecchi attivisti del Movimento della Resistenza, far i quali c’era Giuseppe Saragat. Gli amici trovantisi allora a Lugano, mi hanno messo in contatto con un certo Mr. Jones americano, capo dell’OSS[1](una specie di organizzazione di collegamento fra le Autorità Alleate e gli esponenti del Movimento della Resistenza in Italia e di controspionaggio). Per mezzo del sig. Jones sono riuscito, nell’inverno del 1944, a mettermi in rapporto con i partigiani della Val d’Ossola e nella primavera del 1944 attraversai la frontiera e mi aggregai alla Divisione Piave. Presi parte, come ufficiale, (ero ancora, da prima, ufficiale di complemento dell’Arma di artiglieria a cavallo) alla liberazione della Val Cannobina e di Cannobio delle Cento valli, Val Malesco e più tardi, insieme alle altre brigate, alla liberazione di Domodossola.
A Domodossola presi parte all’insediamento, in qualità di Presidente della Repubblica dell’Ossola, del Professor Tibaldi (che fu in seguito Vice-Presidente del Senato della Repubblica italiana e sono rimasto in rapporti amichevoli con il suddetto fino alla sua morte avvenuta due anni fa). Questo fu il primo organismo libero sul suolo italiano ed il fatto ebbe luogo nell’estate del 1944. Più tardi Cannobio è stata ripresa dai fascisti che combattevano accanto ai tedeschi, ed in questa azione essi hanno fatto dodici prigionieri fra i miei ragazzi, fra cui un ufficiale il cui nome di battaglia fu Mosca, alias avvocato Michele Fiore di Milano. Siccome anche noi avevamo dei prigionieri fra le Camicie Nere, le autorità tedesche, mediante un sacerdote di un villaggio in Val Cannobina, ci hanno fatto la proposta di scambiare i prigionieri. Per convalidare tale proposta, m’hanno mandato un salva-condotto (specie di passaporto). Malgrado le dissuasioni ed apprensioni dei miei compagni che temevano per me, pensando che si trattasse di una trappola, mi resi conto che quella era l’unica possibilità di salvare i miei ragazzi dalla morte o, per lo meno, dalla deportazione in Germania. Mi assunsi quindi il rischio e mi recai a Cannobio, e da qui, accompagnato da alcuni soldati fascisti e da un loro ufficiale, fui accompagnato a Varese, attraversando il lago in un battello. Durante il tragitto i fascisti mi deridevano e mi minacciavano. È stato allora l’unico momento in cui temetti il peggio. Attraversata Varese, fui accompagnato alla Platzkommandantur. Il comandante tedesco, maggiore Lebhertz ed il suo aiutante, ufficiale Hoppe, mi accolsero con grande affabilità. L’uff. Hoppe mi accompagnò dai miei ragazzi tenuti prigionieri che non volevano credere alla loro imminenteliberazione. Rimasi alla Platzkommandantur, ospite ben trattato dei tedeschi che facevano parte della Wehrmacht (l’esercito tedesco) e per fortuna non appartenevano alla Gestapo o alle SS. Dopo parecchie conversazioni ho potuto accordarmi sulle modalità dello scambio dei prigionieri, che effettivamente avvenne pochi giorni dopo in Val Cannobina, a poca distanza da Cannobio. Devo rilevare che l’uff. Hoppe mi diede in quell’occasione il suo indirizzo di Hannover, pregandomi di scrivergli a guerra finita. La conoscenza della lingua tedesca mi ha aiutato molto nell’espletamento della mia missione. I miei rapporti con l’uff. Hoppe, allacciati in quella circostanza, sono stati ripresi a guerra finita perché effettivamente gli dovevamo riconoscenza e gratitudine per il suo comportamento altamente umanitario.
Nell’estate 1944 nelle mie numerose traversate per i monti verso la Svizzera, ho potuto procurare le necessarie armi tramite Mr. Jones.
Nell’autunno 1944, durante i grandi e ben noti rastrellamenti effettuati dai tedeschi e dai fascisti, siamo stati costretti a ritirarci a ridosso della frontiera svizzera, incalzati ferocemente dalla Decima Mas (SS italiane).[2] Allora, dopo essere stato leggermente ferito, fui ricoverato in ospedale a Locarno. Da lì notte tempo raggiunsi Campione sul lago di Lugano. Durante l’inverno 1944-45, attraversai alcune volte la frontiera svizzera come staffetta, incontrandomi a Lanzo d’Intelvi con staffette provenienti da Milano allo scopo di cambiare di documenti per il CLN. Tutta questa attività era diretta da Mr. Jones che curava il collegamento fra il CLN e le autorità alleate. Alla fine del marzo 1945 mi recai alla ricomposta Divisione Piave alla quale appartenevo come ufficiale, ed il 25 aprile 1945, fine della guerra, mi trovavo già a Milano.
Vorrei rilevare due episodi molto caratteristici per quell’epoca:

I. Il 26 aprile 1945, nell’immediato dopoguerra, in una cascina, a poca distanza da Milano, vidi da lontano quattro persone appoggiate contro il muro. Davanti a loro si trovava un plotone di partigiani pronti per l’esecuzione dei quattro uomini. Mi sentii chiamare disperatamente per nome da uno dei quattro condannati che gridava: «Berio, Berio, dì loro chi siamo!». Si trattava dell’avvocato Pezzotta di Bergamo con i due figli ed un loro amico svizzero, presi erroneamente per fascisti in fuga. Così riuscii ad evitare un massacro. Il vecchio avvocato Pezzotta, l’ex capo della delegazione svizzera del CLN e già da me menzionato, morì 4-5 anni fa ed uno dei suoi figli, pure avvocato, è sindaco di Bergamo. L’altro figlio anche lui avvocato esercita la professione e ambedue i fratelli sono attualmente soci del Club di Golf a cui appartengo anch’io.

II. Qualche giorno dopo la liberazione, mi recai al Commando sito nel Palazzo del Corpo d’Armata in via Ciovassino (Milano) e sotto l’androne vidi un tale con il fazzoletto rosso intorno al collo. Lo riconobbi subito. Era l’ufficiale fascista che mi aveva accompagnato nella mia traversata del Lago Maggiore da Cannobio a Varese. Gli feci togliere il fazzoletto rosso e minacciandolo di non farsi più vedere da queste parti, lo mandai via.
Questi due episodi caratterizzano in pieno l’atmosfera che regnava n Italia dopo la liberazione, non priva qualche volta di violenza a titolo di rappresaglia.
…Alla fine di aprile-principio di maggio 1945, fui nominato Commissario della ben nota ditta di prodotti farmaceutici “Merck”, su proposta degli operai ed egli impiegati che mi conoscevano e come amico e concittadino del proprietario della ditta il sig. Bracco, che dovette scappare e nascondersi perché durante il regime fascista era Vice-Podestà di Milano. D’altronde, malgrado tali precedenti, devo dire che il signor Bracco e i suoi familiari, benché fossero fascisti, non erano antisemiti, anzi avevano aiutato parecchi perseguitati e perfino in casa loro avevano nascosto un bel numero di ebrei. Quando i Bracco sono riusciti a chiarire la loro posizione ed essere riabilitati, hanno potuto riprendere la loro azienda ed io ripresi la mia professione di medico che esercito tuttora.
Come menzionato sopra, i miei genitori sono sopravvissuti al cataclisma, essendosi ritirati in Svizzera. Anche i loro fratelli e sorelle sono fortunatamente rimasti in vita, sicché la nostra intera famiglia è rimasta sana e salva.
Ho qualche parente (cugini) in Israele e sono già venuto tre volte per visitare il paese e rivedere i cugini. Ci vengo volentieri essendo legato a Israele sentimentalmente.

* Emerico berio, membro di «Giustizia e Libertà». Testimonianza non datata.


[1] Office of Strategic Services con sede a Berna.
[2] Decima Mas: formazione autonoma guidata dal principe Junio Valerio Borghese, formatasi durante la Repubblica Sociale Italiana, una delle più efferate bande fasciste., che compì numerosi soprusi, rastrellamenti,saccheggi, incendi, esecuzioni ed eccidi contro i partigiani e la popolazione accusata di adesione al ribellismo.