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The International School for Holocaust Studies

Testimonianza di Emilio Foa* (0.3/3426)


Sono nato a Rivarolo Mantovano (provincia di Mantova) il 29 agosto 1926. Mio padre si chiamava Anselmo ed è morto nel campo di Auschwitz, mia madre Adele Milla. Sono l’unico figlio maschio, ho una sorella sposata e che vive a Roma. Sono impiegato presso il Ministero di Grazia e Giustizia a Roma. Mi sono laureato in Economia e commercio all’Università di Roma.
Tutti noi in famiglia eravamo assimilati, però avevamo sempre la coscienza ebraica. Il nostro ambiente era misto, prevalentemente cattolico.
Nel 1938 entrarono in vigore in Italia le leggi razziali, ma la vita degli ebrei continuava piuttosto tranquilla, senza maggiori scosse né ostilità da parte della popolazione, salvo rare eccezioni.
Mio papà era agricoltore in un terreno di sua proprietà a Casale Monferrato (Piemonte) ed ha potuto continuare la sua attività fino al dicembre 1943, quando venne promulgata la Legge che prevedeva l’arresto di tutti gli ebrei. Tale drastico cambiamento ebbe luogo in seguito alla vera e propria occupazione tedesca, avvenuta dopo l’8 settembre 1943 (caduta di Mussolini).
Fin dal 1938 non potei più frequentare la scuola pubblica, ma studiavo privatamente e potevo sostenere regolarmente gli esami da esterno. I miei studi furono ripresi intensamente dopo la guerra, quando sono riuscito a fare il programma di cinque anni in due per ricuperare il tempo perduto, dopo di che, ottenuto il diploma di scuola di secondo grado, mi iscrissi all’Università di Roma per giungere poi alla laurea di cui sopra.
Il 15 gennaio 1944 mi rifugiai a Rivarolo Mantovano ed ero in attesa di entrare con mio padre (allora di 52 anni) far le Brigate Partigiane operanti nella provincia dell’Emilia, però, per una spiata, fui arrestato con mio padre e con il mio zio materno Aldo Milla e fummo internati nel Ricovero Israelitico per i Vecchi di Mantova.
Mia madre e mia sorella, avvertite da persone amiche del nostro arresto, riuscirono a scappare e a nascondersi con l’aiuto della popolazione locale.
Restammo relativamente bene nel ricovero di Mantova fino al 5 aprile 1944, data in cui fummo deportati tutti e tre a Birkenau. Mio padre fu immediatamente selezionato per le camere a gas. La stessa sorte subì mio zio che, pur incluso nei pochi ritenuti abili al lavoro, manifestò disturbi vari per cui fu ricondotto a Birkenau e seppi successivamente che colà fu eliminato il giorno stesso dell’arrivo.
Io restai ad Auschwitz e, dopo la quarantena fui adibito al Commando Bauhof (costruzioni). Avevo allora circa 18 anni. Fui trasportato fra gli ultimi, nel mese di gennaio 1945, (circa il 16 gennaio), all’avvicinarsi dei Russi. Dopo una tremenda, faticosissima ritirata, durante la quale c’erano tanti morti massacrati per la spossatezza. […][1]
Dopo circa due settimane di permanenza, senza lavorare, in condizioni pietosissime (per il complesso delle vicende passate ad Auschwitz, per la penosissima ritirata e per il soggiorno a Mauthausen, il nostro fisico stava evidentemente debilitandosi), fummo destinati a Melk. Passato circa un mese fui rimandato a Mauthausen. Infine mentre da tutte le parti si avvicinavano le truppe degli alleati, ci trasferirono nel bosco di Wels, un sito aperto, lasciandoci praticamente senza vitto e senza acqua. Io e tanti altri fummo colpiti dal tifo petecchiale che io ignoravo di avere, pur trascinandomi con sforzi indescrivibili.
Dopo 15-20 giorni, il 6 maggio 1945, quando ormai stavo agli estremi delle mie forze, fui liberato dagli Americani e portato all’ospedale di Linz (Austria).
Rimasi in cura nel suddetto ospedale circa 20 giorni ed è allora che mi dissero che avevo superato il tifo petecchiale.
Malgrado lo stato del più acuto esaurimento (pesavo allora 34 chili, ora ne peso 65), per fortuna non erano stati lesi gli organi vitali del mio fisico.
Rientrato a fine giugno 1945 in Italia, mi riunii alla mamma e alla sorella, ed in pochi mesi mi ristabilii pressoché completamente. Certamente deve aver contribuito alla mia salvezza il fatto di essere stato allora un giovane sano, e moralmente mi aveva giovato la mia profonda convinzione che la guerra sarebbe finita presto, con la disfatta dei nazi-fascisti.
Sono venuto con grande gioia a visitare Israele, in occasione del congresso dei Deportati, Resistenti e Combattenti Ebrei e mi riprometto di ritornarci appena posso.
Al campo di Auschwitz il numero tatuato sul mio braccio fu 180041. A Mauthausen portavo al polso un cartello con il numero 116699.
P. S. Ricordo con particolare commozione un caro compagno di prigionia, ebreo polacco il cui nome era Beniek. Essendo più esperto e conoscendo la lingua, mi era di gran sostegno in parecchie circostanze. Purtroppo non so se sia rimasto in vita o meno.

* Emilio Foa, impiegato presso il Ministero di Grazia e Giustizia a Roma. Testimonianza resa il 1 marzo 1970.


[1] Riga mancante.