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The International School for Holocaust Studies

Testimonianza di Gabriella Falco* (0.3/3163)


Mi chiamo Gabriella Falco, nata Ravenna. Nacqui il 3 maggio 1897 a Ferrara. Gli studi li ho fatti privatamente a casa, secondo il programma delle scuole medie, perché mio padre era contrario alle scuole miste (maschi e femmine assieme).
Studiai pure le lingue straniere, francese, tedesco e prendevo lezioni di pianoforte. Mi sposai con il prof. Mario Falco l’ 8 giugno 1922. Ho due figlie: Anna Marcella, sposata con l’ingegner Tedeschi, che ha due figli e sta a Milano.
Graziella invece sposata Danom ha tre bambini e abita a Ramat-Gan [in Israele].
Mio padre si chiamava Felice Ravenna e dimorava a Ferrara, mia madre Marcella-Celina Padoa fu deportata il primo dicembre 1943 da Firenze. Il 26 novembre si rifugiò con mia sorella maggiore Germana nel convento di Santa Maria del Carmine. La stessa notte le porte del convento furono abbattute dai militi fascisti e gli ebrei ivi rifugiati furono affidati alle suore. Dopo quattro giorni, il primo dicembre 1943 furono tutti mandati verso ignota destinazione.[1] C’è da presumere che mia madre e mia sorella, insieme agli altri ebrei, fossero state denunciate da un giovane italiano che fece la spia. Il numero approssimativo degli ebrei presi allora dai fascisti è 30. Mio padre, avvocato Felice Ravenna, discendeva da una famiglia prettamente ortodossa. Il mio nonno, Avvocato Leone Ravenna, era molto dotto in ebraismo. Per commemorare il sessantennio dei suoi primi scritti pubblicati sull’ebraismo, il Rabbinato d’Italia si riunì e decise di nominarlo “Rabbino ad honorem”. Mio nonno ebbe nella sua vita molte cariche importanti. Era presidente della Banca d’Italia, dell’ Ordine degli Avvocati e Prosindaco. Era ben noto per la sua integrità, la cultura e l’intelligenza. Mio padre fu uno dei suoi cinque figli. E’ nato a Ferrara e si laureò in legge. Anch’egli era molto colto ed intelligente. Si dedicava fervidamente al sionismo e nel 1898 partecipò al Secondo Congresso Sionistico a Basilea. Dopo, per molti anni, fu delegato per l’Italia ai Congressi Sionistici e più tardi fu nominato presidente della Federazione Sionistica Italiana. Si dice che il sionismo italiano è nato fra Ferrara e Modena, e i primi attivi sionistici furono mio padre, Avvocato Felice Ravenna di Ferrara e il Ragionier Amedeo Donati e il Prof. Carlo A. Cornigliani, di Modena. Mio padre era in contatto diretto con Theodor Herzl[2] e nel mese di gennaio 1904 Herzl fu ospite della nostra famiglia a Ferrara, (a colazione). Mio padre aveva una grande notorietà per il fatto che all’età di 36 anni ebbe il coraggio di opporsi, con una risposta apparsa sulla stampa, all’Onorevole professor Senatore Gabba a proposito del sionismo. Quest’ultimo combatteva il sionismo molto fortemente. La risposta di mio padre al Sen. Gabba, si trova alla Biblioteca dell’Università Ebraica di Gersusalemme. Ci si trovano pure altri suoi scritti.
Mio padre accompagnò Theodor Herzl a Roma, quando egli ebbe l’udienza dal re Vittorio Emanuele III, nel mese di gennaio 1904.
Herzl menziona mio padre nei suoi Tagebücher [Diari] per lo meno due volte. Le lettere di T. Herzl a mio padre sono conservate dalla famiglia e furono a suo tempo pubblicate.
Mio padre era presidente della Comunità Israelitica di Ferrara e in seguito diventò presidente di tutte le Comunità Israelitiche in Italia (Unione delle Comunità Israelitiche Italiane). Espletò tale carica fino alla sua morte che avvenne il 18 marzo 1937. Si espose notevolmente nella lotta contro gli esponenti della rivista «La nostra bandiera», che erano italiani di religione ebraica e di vedute fasciste.
Mio marito, oriundo di Torino, era professore di Diritto Ecclestiastico e Canonico all’Università di Parma (era una carica del tutto eccezionale per un ebreo). Alla fine del 1924, fin dalla fondazione dell’università di Milano, fu chiamato lì dove tenne tale cattedra fino al 1938, l’anno dell’introduzione in Italia delle leggi razziali. Il 2 settembre 1938 fu dimesso dall’Università di Milano come ebreo. Cominciò allora per noi un periodo tristissimo dal lato morale e anche materiale: La nostra situazione finanziaria diventò molto precaria. Mio marito fu aiutato dagli amici cattolici che cercavano di procurargli del lavoro. Fra questi amici si trovava il Professor Arturo Carlo Jemolo che era molto leale e devoto a mio marito. Fra i vari lavori avuti, mio marito si occupava nascostamente di una rivista e scriveva per la «Sacra Rota», senza però firmare i suoi scritti. Nel 1939 cominciò la dispersione della nostra famiglia. Mia sorella Valeria Grazia, di 17 anni più giovane di me, appena sposata partì per la Palestina nel settembre del 1939. Mio fratello, l’avvocato Enrico Ravenna, partì nel 1941 (settembre) con la moglie e i figli, dopo aver tentato di ottenere il certificato per la Palestina, che però arrivò troppo tardi, quando la guerra era già in corso. Ci tengo a ricordare che il giorno 21 settembre 1941 ebbe luogo una grande riunione di carattere antisemita a Ferrara, capeggiata da un noto fascista Asvero Granelli che lanciò apertamente minacce violente contro gli ebrei. La folla, aizzata dal suo discorso, si lanciò verso il tempio (di rito tedesco) e distrusse l’interno del tempio. Due anni dopo, la parte danneggiata fu riparata e con una cerimonia molto solenne, furono riportati nel tempio gli Sfarim.
Mi occupavo attivamente dell’opera dell’ADEI (Associazione Donne Ebree Italiane), che era la Wizo[3] italiana. Nel mese di ottobre 1927 fui nominata vice-presidente di tale Associazione, la cui sede si trovava a Milano. Nel 1939, dopo la partenza per la Palestina della signora Vittoria Cantoni-Pisa, presidente dell’ADEI, diventai io la presidente. In quel periodo si lavorava di nascosto, però con molta devozione ed energia. C’erano i nidi per i bambini piccoli, mense per vecchi e bambini.
Facevamo visite a domicilio, portando aiuti ai poveri. Funzionava pure un ufficio che cercava di sistemare i profughi.
Nel 1942 le ragazze ebree di Milano furono requisite per lavorare nelle fabbriche. Mia figlia Anna Marcella lavorava come scatolaia in una fabbrica di Sesto San Giovanni.
Nel mese di ottobre 1942 cominciarono i forti bombardamenti degli Alleati e la nostra casa a Milano fu notevolmente danneggiata. Per giunta, mio marito era malato e non poteva starci più. Decidemmo quindi di lasciare Milano. Siccome non volevamo lasciare dietro la nostra figlia che lavorava da scatolaia nei pressi di Milano, il nostro amico l’avvocato Francesco Carnelutti si espose ed intervenne presso le autorità competenti fasciste per farla liberare da tale lavoro. Grazie al suo intervento, nostra figlia fu esonerata dal suo impiego e partì assieme a noi per Ferrara nel novembre del 1942. Andammo ad abitare in casa di mia madre.
Intanto l’attività dell’ADEI (WIZO) continuava, sempre di nascosto. Ci si riuniva in una sala con il Rabbino, dott. Gustavo Castelbolognesi (la cui vedova con tre figli ed una figlia si trovava in Israele). Si cercava tanto di tenere accesa la fiammella di tale attività.
La signora Ada Ottolenghi di Milano, trasferitasi a Buenos Aires ci mandava del denaro molto regolarmente. Si tenevano le conferenze, però senza mandare inviti formali, ciò non doveva esistere. Gli inviti si passavano da una mano all’altra. Fin dal 1938 fu fondato un ginnasio ed un liceo ebraici, come pur una facoltà di chimica, mentre prima non esisteva che una scuola elementare ebraica. Se ne occupava il Comandante Federico Jarach, presidente della Comunità Israelitica di Milano e mio marito, vice-presidente della Comunità si occupò dell’organizzazione di tali scuole. Tanto è vero che le scuole medie ebraiche a Milano, portano ancora oggi il suo nome. I soldi affluivano in somme ingentissime, prevalentemente donate dal comm. Carlo Sciapita e dal signor Sally Mayer.
In quell’epoca il podestà di Ferrara aveva imposto rigorosamente che non esistesse nessuna istituzione di carattere ebraico sionistico, all’infuori della vera e propria Comunità, per cui l’ADEI avrebbe dovuto essere sciolta. Allora il gruppo delle signore che partecipavano a quell’attività, cominciò a lavorare clandestinamente. Non ci si telefonava né scriveva perché la posta e i telefoni erano sorvegliati. Mia sorella Germana (deportata poi insieme alla mamma) si offrì di servire da collegamento fra i membri dell’ADEI, andando in bicicletta di casa in casa per prendere i dovuti accordi sui nostri incontri.
Cominciando dall’8 settembre 1943, data dell’Armistizio, i tedeschi invasero l’Italia da padroni. Il 10 settembre 1943 tutti fuggimmo ad Alberone di Ro (a circa 16 chilometri da Ferrara) dove mia sorella aveva una piccola proprietà. Ci siamo rimasti fino al 4 ottobre 1943, quando mio marito si spense per un attacco cardiaco, all’età di 59 anni. Il 6 ottobre, cioè due giorni dopo, la salma fu portata a casa nostra a Ferrara e la sepoltura ebbe luogo il 7 ottobre 1943.
Mentre la salma era ancora in casa (i telefoni erano completamente bloccati e quindi non potevamo comunicare con i nostri parenti ed amici) i fascisti vennero a cercare alcuni membri della famiglia Ravenna, fra cui mio padre che era morto da sette anni; mio zio paterno, il prof. Ferruccio Ravenna che fortunatamente riuscì a scappare in campagna e più tardi in Svizzera. Cercarono pure l mio altro zio, Ausonio Ravenna che fu però rilasciato per il coraggio della figlia. Nella stessa dolorosa occasione fu preso il mio cugino Eugenio Ravenna che fu deportato senza fare ritorno.
L’8 ottobre 1943 alla vigilia di Yom Kippur, fuggimmo di nuovo ad Alberone di Ro. In quel periodo, dopo aver scritto a varie persone e non orientandoci sufficientemente nella situazione, aspettavamo con ansia i nostri parenti ed amici, ma nessuno si fece vivo. Era un momento in cui tutti cercavano di scappare per salvare la pelle e non potevano occuparsi delle sorti degli altri. Per fortuna ricevemmo allora tre lettere mandate per espresso dal prof. Jemolo, celebre giurista, professore di diritto ecclesiastico-canonico all’Università di Roma (cattolico, antifascista ed ottimo nostro amico) che ci invitava a ripararci in casa sua a Roma. Non avendo nessun’altra via d’uscita, ed essendo tutte donne sole, abbandonate al nostro destino, prendemmo subito la decisione di andare a Roma. La mamma e mia sorella Germana rimasero a Ferrara, ancora incerte sul da farsi. La notte del 18-19 ottobre 1943, alle due dopo mezzanotte partimmo per Roma (mia figlia maggiore Anna Marcella aveva 20 anni e l’altra Graziella 14 anni). Viaggiammo sotto bombardamenti, accompagnate da un nostro conoscente ebreo, il signor Sinigaglia, che doveva poi ritornare e riportare nostre notizie a Ferrara. Mentre eravamo in treno, abbiamo appreso, per puro caso, da una conversazione fra un sottufficiale della milizia fascista ed una popolana romana, che viaggiavano nel nostro scompartimento, che il 16 ottobre, cioè tre giorni prima, in una razzia su vasta scala, furono portati via migliaia di ebrei dal cosiddetto Ghetto, quartiere a Roma abitato principalmente da ebrei.
Sentendo questo, distrussi tutti gli scritti e ricordi ebraici rimasti da mio marito che portavo con me, e li buttai fuori dal finestrino.
Arrivammo a Roma il 20 ottobre alle 6 del mattino ed apprendemmo che i tedeschi e i militi fascisti controllavano all’uscita le carte d’identità. Non sapendo che fare, andammo nel ristorante della stazione per aspettare un’ora decente per poter telefonare al prof. Jemolo. Però nessuno ci rispose da casa sua. Per fortuna potemmo uscire dal ristorante senza essere state fermate, mentre ogni controllo delle nostre carte d’identità autentiche con le quali viaggiammo, avrebbe potuto essere fatale.
Decidemmo di recarci in casa del Professor Jemolo in via Paulucci de’Calboli, ma lì abbiamo appreso che la signora Jemolo era in campagna con la bambina piccola e che il marito e i figli più grandi andavano su e giù. Eravamo disperate, completamente disorientate sul da farsi. Mi ricordai allora che avevo una cugina sposata con un cattolico e che speravamo trovare in casa, non disturbata [sic]. Andammo quindi da lei e ci venne incontro il marito, colonnello Guidetti, che ci consigliò di ritornare a Ferrara. Disperate, tentammo ancora una volta di telefonare al Professor Jemolo che per la nostra fortuna si trovava allora in ufficio. Venne immediatamente in taxi in casa di mia cugina, accompagnato dalla figlia Adele-Maria di 18 anni. Avemmo un’accoglienza molto calorosa e commovente da parte del professor Jemolo. Padre e figlia decisero di riaprire la loro casa per accoglierci immediatamente. La figlia era studentessa di medicina all’Università di Roma e collaborava attivamente nel movimento della resistenza. Essa si offrì di occuparsi del ménage, e noi tre saremmo rimaste in casa a finestre chiuse. Ci fu dato l’ordine di non aprire la porta a nessuno, se non alle suonate convenzionali. Dopo alcuni giorni venne a salutarci il nostro amico Raffaele Cantoni, e ci portò notizie della mamma e di mia sorella Germana che ci raccomandava vivamente di farci procurare subito le carte false. Grazie all’aiuto del prof. Jemolo e del prof. Ugo Papi che furono pronti a dare una testimonianza falsa per noi, ottenemmo le carte d’identità rilasciate dall’Ufficio Postale. Da quel giorno io mi chiamai Gabriella Fabbri-Resta e le mie figliuole Anna Maria e Grazia Fabbri.
Alla fine di novembre 1943 fu pubblicato un decreto-legge che ordinava a tutti gli ebrei italiani di raccogliersi nei campi di concentramento assegnati. Allora il prof. Jemolo che già era sorvegliato come antifascista ritenne prudente che tutti noi ci trasferissimo ad Ariccia, che si trovava nella campagna romana, vicino ad Albano e dove dimorava già da tempo la moglie del prof. Jemolo con la bambina di 4 anni. La loro villa era requisita da soldati ed ufficiali tedeschi e non rimasero che due camere e la cucina a disposizione della famiglia Jemolo. Così ci ammassammo tutti ad Ariccia in quelle due camere. I tedeschi occupavano il resto della casa e per forza di cose, fummo in contatto continuo con loro. Essendo stata io l’unica che conosceva il tedesco, fui spesso chiamata come interprete.
Fra l’altro, conoscemmo un tenente tedesco, il dottor Rosen, che cercava di stringere amicizia con noi.
Dopo lo sbarco ad Anzio (gennaio 1944) il prof. Jemolo previde che le battaglie si sarebbero svolte nei pressi della loro villa e volle evitare a tutti i costi che le ragazze si trovassero in mezzo al furore delle battaglie. Prese quindi la decisione di ritornare con noi e famiglia a Roma. Mentre stavamo ad Ariccia ottenemmo con l’intervento del professor Jemolo, dal parroco Don Marinelli, amico del Senatore Volterra, ebreo, che era un moto matematico, di farci fare le carte annonarie indispensabili per acquistare le razioni di pane, di zucchero ecc., senza le quali non si poteva avere nulla. Dietro la garanzia personale del prete, il segretario comunale ci rilasciò le suddette carte. Voglio menzionare che il parroco sapeva che eravamo ebree e disse che era pronto a mentire perché il Santo Padre voleva che i preti aiutassero gli ebrei.
Nel gennaio 1944 il professor Jemolo andò a Castelgandolfo, la residenza estiva del Papa Pio XII per ottenere che gli si mettesse a disposizione un camion per il trasporto di noi tutti e di tutte le nostre cose. Egli si rendeva conto che tutto ciò che fosse rimasto alla villa di Ariccia, sarebbe stato perduto. Ci incitò quindi a raccogliere il più possibile. Il camion sarebbe partito da Castelgandolfo prima dell’alba, inquantocché i bombardamenti cominciavano sempre all’alba.
Avremmo dovuto fare a piedi oltre 4 km per giungere Albano, dove avremmo trovato il camion. Ma poiché non si poteva circolare di notte senza la parola d’ordine per i tedeschi, ci rivolgemmo all’ufficiale tedesco Rosen perché ci accompagnasse fino ad Albano, [cosa] che egli fece volentieri. Arrivammo davanti al Quartiere Generale tedesco che era ancora notte ed aspettammo il camion che non arrivava. Andai allora ad interrogare la sentinella tedesca e mentre gli parlavo giunse un ufficiale tedesco dall’aspetto duro che mi parlò bruscamente. Gli raccontai tutto, ma egli disse di non sapere nulla del camion che doveva venire da Castelgandolfo. Accortosi che parlavo bene tedesco, si mise a mia disposizione e fermò un camion carico di profughi che scendeva da Castelgandolfo; li fece scendere ed ordinò ai suoi soldati di caricare la nostra roba e noi stessi. Il giorno dopo Albano fu distrutta da un terribile bombardamento.
Arrivammo a Roma sani e salvi e subito dopo, la mia figlia maggiore Anna Marcella mi disse che voleva fare qualcosa per la liberazione, cioè collaborare col movimento della Resistenza e di doverlo fare anche per la memoria del papà che era un antifascista accanito. La lasciai fare quello che le dettava la coscienza. Siccome in seguito un loro compagno fu preso dai nazifascisti e pareva avesse fatto qualche nome, il figlio del professor Jemolo e mia figlia dormirono per un po’ di tempo fuori, da vari amici sicuri. Il lavoro di mia figlia era di collegamento fra i conventi e le case private. Intanto la figlia più piccola, Graziella, studiava da sola per prepararsi agli esami di licenza. Si presentò all’esame col nome falso e fu promossa.
Vorrei ricordare un episodio successo in casa Jemolo a Roma. Un giorno il professor Jemolo trovò nell’anticamera, un grossissimo pacco di un giornale clandestino «La Voce Operaia», che non si sapeva da dove provenisse. La domestica interrogata ci disse che una signorina a lei sconosciuta aveva chiesto di lasciare il pacco in casa loro. Terrorizzati dal pericolo che correvamo bruciammo giornale per giornale, chiusi in cucina, dentro una catinella. Durante il nostro soggiorno a Roma, noi come tutti, avemmo un’enorme penuria di cibo.
Il giorno 4 giugno 1944 alla sera si sparse la voce che gli Alleati erano alle porte di Roma. La mattina dopo avemmo la conferma ed uscimmo. Fu uno spettacolo indimenticabile. Eravamo finalmente libere. Ricordo che in una strada di Roma ci siamo fermati intorno ad un camion pieno di soldati americani. La mia figliuola Graziella aveva fatto uscire dalla fodera del soprabito, dove la teneva nascosta, una spilla d’oro con Magen David e l’aveva appuntata su un risvolto. Si avanzò un soldato americano, bruno, dall’aspetto simpatico e puntando il dito verso la spilla chiese : «Are you Jewish?» E noi potemmo finalmente dire «Yes». Allora si iniziò una conversazione in un misto di tedesco ed inglese. Ad un tratto si sentì il bombardamento dei tedeschi che erano ancora alle porte di Roma. Tutta la folla cercò un riparo; i soldati americani ebbero l’ordine di risalire sui loro camion e il soldato ebreo, alzandosi in piedi e con il braccio alzato, si allontanò salutandoci con voce altissima: «Shalom aleichem!». Credo che sia stato il momento più bello e il più grande della mia vita.
Ci fermammo a Roma, sempre in casa del professor Jemolo, fino alla liberazione dell’Italia settentrionale (28 aprile 1945) ed anche dopo. La mia figlia maggiore lavorava di notte all’ANSA (Agenzia Notizie Stampa) e ritornava a casa la notte, accompagnata dalla scorta armata, tanto era pericoloso circolare per le strade di Roma.
Il 20 giugno 1945 ritornammo a Milano, dove trovammo la nostra casa invasa da profughi e con fatica riuscimmo a trovare un posticino per noi.
Poi riuscimmo ad andare a Ferrara, dove con angoscia, trovai la mia casa paterna.
Durante il periodo delle persecuzioni avevo lungamente meditato sull’eventualità di andare a stabilirci in Eretz-Israel. Eppoi, appena liberate, facemmo i dovuti preparativi e partimmo con la prima Aliah dall’Italia settentrionale, il 21 ottobre 1945. Viaggiammo 20 giorni ed arrivammo a Ramat-Gan il 9 novembre, dove abitava da lungo [tempo] mia sorella Valeria-Grazia, sposata Padovano, che lasciò l’Italia nel 1939.

* Gabriella Falco, casalinga. Testimonianza rilasciata in data ignota. In relazione alle vicende della famiglia Ravenna, ricordate tangenzialmente nella memoria qui pubblicata, cfr. il volume di Paolo Ravenna, La famiglia Ravenna. 1943-1945, Corbo Editore, Ferrara 2001. Un’altra rievocazione di quanto qui narrato si trova nell’articolo della figlia di Gabriella, Anna Marcella, Ebrei e cattolici. Il giardino dell’amicizia, «Corriere della Sera» giovedì 14 ottobre 1993, p. 33.


[1] Naturalmente si tratta del campo di sterminio.
[2] Theodor Herzl (Budapest 1860 - Edlach, Bassa Austria 1904) fondatore del movimento sionista le cui tesi espresse nell’opera Lo stato ebraico (1898) in cui per la prima volta si teorizzava la necessità di costruire uno stato ebraico. Herzl è anche autore di alcuni drammi, commedie ed altri scritti letterari, tra cui si segnalano i postumi Diari (1922-23) apparsi in tre volumi.
[3] Women’s International Zionist Organisation.