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The International School for Holocaust Studies

Testimonianza di Silvana Castelnuovo* (0.3/3148)


Mi chiamo Silvana Castelnuovo, nata Ascarelli. Nacqui a Roma il 2 giugno 1905. Il nome di mio padre era Attilio Ascarelli. Era professore di medicina legale all’università di Roma. Nel 1953 fu chiamato dal signor Amos Ben Gurion, che gli offrì di incaricarsi di formare una scuola per i quadri di polizia in Israele. Non poté accettare tale offerta per vari motivi, compreso quello della lingua. Però venne in Israele in visita e tenne una conferenza per alti ufficiali di polizia in lingua italiana (tradotta poi in ebraico dalla signora Devora Sereni). Scrisse il libro Le fosse Ardeatine, la cui prefazione fu scritta dal presidente della Repubblica Italiana, Giuseppe Saragat. Il 24 marzo 1964, durante la celebrazione del “Ventennale dell’eccidio Ardeatino”, a mio padre fu riconosciuta la Medaglia d’argento alla memoria e consegnata dal signor Antonio Segni, Capo dello Stato, a mia madre, presente alla celebrazione. Il nome di mia madre è Elena, nata Pontecorvo (famiglia molto conosciuta in Italia). Avevo due fratelli: uno Sergio morì nel 1933; l’altro Tullio era giurista, professore di giurisprudenza dell’Università di Roma. Fu tra i fondatori della Rivista Giuridica in Italia e della facoltà di giurisprudenza di San Paolo (Brasile). Scrisse varie opere giuridiche molto apprezzate. Esistono due biblioteche di carattere giuridico a suo nome: una a Roma e l’altra a S. Paolo (Brasile). Un mio cugino materno, Bruno Pontecorvo, fisico rinomatissimo, si trova in Russia. Un altro mio cugino Guido Pontecorvo è professore di Genetica all’Università di Glasgow e membro della Scientific Society of England. Fu invitato all’Istituto Weizman per tenere qualche conferenza. Il terzo mio cugino materno, fratello dei due sopravvissuti, Gillo (Gilberto) Pontecorvo, è un regista molto noto nel mondo del film. Ha vinto la medaglia Leone d’Oro per il film Battaglia di Algeri. Fece pure il film Kapo. Un altro mio cugino materno, Colorni Eugenio, era professore di filosofia, antifascista intrepido. Aveva trascorso molti anni in prigione ed al confino perché era notoriamente contrario al regime fascista. Fu ammazzato due giorni prima della liberazione. Medaglia d’oro in memoriam.

Altri miei cugini fanno parte della famiglia Sereni. Uno di loro, Emilio, è senatore comunista, risiede a Roma. Un mio cugino Enzo Sereni, uno dei fondatori del Kibbutz Givat Brenner, molto conosciuto in Israele, morì a Dachau il 18 novembre1944.

La mia cugina Devora Sereni, vedova di Enrico Sereni, si è risposata con il professore Menachem Eylon, abita a Tel Aviv, via Nacmani 23. La vedova di Enzo Sereni, Ada, risiede attualmente a Roma.

Le scuole da me fatte: il ginnasio; corsi commerciali; presi pure un diploma in lingua francese e l’altro in inglese. Mi sposai nel 1927. Ho cinque figli: Mirella-Devora nata nel 1928, Luciana-Ora nata nel 1929, Giorgio-Gershon nato nel 1930; Sandra-Edna nata nel 1934; Sergio-Chaim nato nel 1937.

Risiedevamo a Roma dove mio marito, Paolo Castelnuovo, si occupava di commercio nel ramo pezzi di ricambio di automobili.

Nel 1936 andò ad Asmara spontaneamente per ragioni di lavoro. Era proprietario di una ditta che lavorava nello stesso ramo, come prima a Roma. Io con i figli stavo a Roma. Fin dal 1938 i miei figli non potevano frequentare le scuole regolari in seguito alle leggi razziali introdotte allora. Nel 1939 mi recai ad Asmara, volendo raggiungere mio marito e sperando di poter dare ai bimbi condizioni normali di istruzione. Poco dopo il nostro arrivo, le stesse restrizioni anti-ebraiche furono introdotte in Asmara. Le scuole erano frequentate lì da bambini negri, mulatti, ma le leggi riguardavano unicamente gli ebrei. Mi recai allora ad Addis-Adeba, per cercare l’appoggio del Viceré il duca Amedeo d’Aosta, volendo assicurare ai figli l’istruzione nelle scuole regolari. La risposta del Viceré fu favorevole, però motivata dalla cosiddetta discriminazione (cioè trattamento di favore), dovuta al fatto che mio padre era stato volontario nella prima guerra mondiale, eppoi essendo stato professore di medicina legale dell’Università di Roma, era molto noto.

Per giunta era conosciuto per i suoi meriti durante la prima guerra mondiale. Non volli accettare il privilegio accordatoci con una tale motivazione, considerando che l’atteggiamento del governo, sebbene favorevole, feriva la nostra dignità come ebrei. Infatti i miei figli sarebbero stati trattati da eccezione, ma in via di regola erano al di sotto di tutti gli altri bambini di varie razze africane e di varie origini e religioni. Mi misi allora in contatto con mio cugino Enzo Sereni che si trovava allora in Palestina, per chiedere il suo consiglio. Egli mi consigliò di mandare i bimbi, facendoli passare per arabi, via Aden (Mar Rosso), promettendomi di piazzarli a Ben Shemen. Dopo aver consultato altri ebrei in Asmara, ben orientati in materia, escludemmo una tale soluzione, considerandola poco fattibile e rischiosa da ogni punto di vista. La ragione principale fu che i bimbi avrebbero dovuto viaggiare come bambini arabi (gli inglesi non davano permessi di entrata in Palestina agli italiani per ragioni di ostilità di guerra con l’Italia). Per giunta era troppo ovvio che i bimbi non erano arabi per il loro aspetto (erano biondi con occhi azzurri). Decisi quindi di tornare con i figli a Roma, e dopo varie peripezie a Bengasi (gli aerei non circolavano regolarmente e non sapevamo se avremmo potuto proseguire). Devo rilevare che tanti ebrei di Bengasi, compreso il rappresentante della Comunità Israelitica, si offrirono di aiutarci e ci trattarono con un senso di solidarietà e di interesse. Per fortuna non ebbi bisogno di particolare aiuto e riuscimmo a prendere l’ultimo aereo arrivando a Roma il 10 giugno 1940, la data nella quale l’Italia dichiarò guerra la guerra agli alleati (la Francia e l’Inghilterra). Mio marito rimase ad Asmara e fummo separati per circa sei anni. Intanto gli inglesi occuparono l’Eritrea e mio marito - come suddito italiano - fu fatto prigioniero civile, però essendo ebreo, non fu mandato nel campo di concentramento dei prigionieri. Lavorava e fu incaricato di espletare varie mansioni alla Croce Rossa Italiana. Per forza di cose, aveva molto da fare occupandosi delle famiglie dei numerosi internati nei campi come pure del loro rimpatrio.

Ritornata a Roma con i figli, dovetti andare ad abitare in casa dello zio Samuele Sereni, padre di Enzo che in quell’epoca si trovava a Givat Brenner. Il mio appartamento era stato da me liquidato prima della nostra partenza per Asmara. Appena venuta a Roma mi ammalai gravemente, i medici sospettavano un tumore maligno. Fui malata per parecchie settimane. Durante l’estate 1940 i bambini andarono a Forte dei Marmi sul Mar Tirreno, ed io li raggiunsi più tardi da convalescente. Per causa delle leggi razziali non potevamo servirci della spiaggia che era proibita agli ebrei. In settembre 1940 ritornammo a Roma. I figli cominciarono a frequentare la scuola ebraica che fu notevolmente ingrandita ed aveva varie sezioni nelle diverse parti di Roma. Fu pure fondata in quell’epoca una scuola ebraica media che prima non esisteva.

Lei può dire qualcosa di più sulle scuole ebraiche?

Dopo l’introduzione delle leggi razziali, fu aperta a fine del 1938 la prima scuola media ebraica in via Celimontana. Poi nel 1940 fu aperto l’Istituto Tecnico in via Balbo ed una sezione della scuola media, come continuazione della scuola elementare già esistente al nome del Sen. Vittorio Polacco a Lungotevere Sanzio. Contemporaneamente, in via Montebello (la zona alta di Roma)furono aperte nel pomeriggio le classi elementari per i bambini ebrei. I miei figli frequentarono tutte le varie scuole a seconda della loro età.

Nell’estate 1941 andammo nell’Alto Adige (Avelengo) e poi a Castel Gandolfo, dove la mia suocera aveva una villa. Nell’inverno 1941 ritornammo a Roma per far continuare ai bambini le scuole. A Natale 1941 eravamo in Val Gardena (Dolomiti). Mia figlia Mirella frequentava allora la scuola con l’internato a Merano (Istituto Maria Cristina Auer) ed il ragazzo più grande, Giorgio , fu piazzato in un Collegio dei Valdesi a Torre Pellice vicino a Torino. Voglio rilevare che in quella zona (Piemonte) vivono tuttora i Valdesi che appartengono ad una setta fondata da un certo Valdo, precursore di Martin Luther. Recentemente è morto uno scrittore valdese, Pierre Jayer. La loro ideologia è basata su principi molto larghi e liberali. In genere sono contrari alla conversione.

Nell’estate 1942 le operazioni di guerra si avvicinavano sempre più alla nostra zona. Nel periodo 1942-43 i tedeschi occuparono i Castelli Romani e le più belle ville a Castel Gandolfo, dove eravamo ben conosciuti. Tutti in quel posto sapevano che eravamo ebrei, tranne i tedeschi che, pur essendo stati i nostri vicini immediati, lo ignoravano. Siccome parlo tedesco, mi toccò più volte a fare da interprete per le autorità tedesche e per la popolazione, e dovetti affrontare delle situazioni scabrose. Nell’anno 1942 presi il diploma di inglese dell’Università di Cambridge, avendo fatto gli studi presso le suore inglesi a Roma. Ero iscritta a ADEI (Associazione delle Donne Ebree d’Italia) che era la Wizo[1] d’Italia. Mio padre collaborava con la Delasem (Assistenza Emigrati che affluirono da vari paesi dell’Europa occupati dai tedeschi). La Centrale di tale Associazione si trovava a Genova ed il presidente era il signor Valobra; le succursali erano a Roma, Venezia, Firenze.

Il 25 luglio 1943 ebbe luogo lo sbarco degli Alleati a Salerno. Il 25 luglio 1943 avvenne la caduta di Mussolini e il gen. Badoglio a capo del Governo dichiarò che La guerra continua. Il periodo da tale data fino all’8 settembre 1943 fu pieno di incertezze e di tensione. L’8 settembre fu firmato dal governo italiano l’accordo di armistizio con gli Alleati, con il seguente proclama:

«Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, e nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Einsenhower [comandante] in capo delle forze anglo-americane. La richiesta è stata accolta».

Ci trovavamo allora a Castel Gandolfo. Le strade erano piene di soldati che abbandonavano le fila dell’esercito e travestiti in borghese cercavano di raggiungere le loro famiglie. Ritornammo a Roma. Io a piedi i bimbi su un carretto. Ci fermammo per pochi giorni in casa Sereni ed io cominciai a girare per i conventi in cerca di asilo. Mi feci accettare con mamma e i figli al Convento del Sacro Cuore del Bambin Gesù a Roma. Ciò avvenne il 30 settembre 1943. Le suore ci accettarono senza far difficoltà. Dissi alla madre superiora che ero ebrea, ed essa informò la gente del convento che eravamo degli sfollati dalla Sicilia (il che era plausibile dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia). Pagavamo una retta relativamente bassa, ed il trattamento, date le circostanze di allora era buono. Mia mamma ebbe una cameretta col bimbo di sei anni. Io stavo in un’altra cameretta con la figlia di 9 anni. Le due figlie maggiori erano in camerata. Il figlio Giorgio di 13 anni fu ospitato dal prof. Ernesto Bonaiuti (ex prete, scomunicato per le sue teorie filosofiche. Era ben conosciuto come scrittore e filosofo liberale. Mio padre, per l’intervento del papa Pio XII , che era stato il suo compagno per 8 anni di ginnasio e di liceo, fu accettato dalla Università Gregoriana, ex-territoriale.

Il convento dove ci rifugiammo aveva la scuola magistrale parificata sotto il nome Teresa Verzieri, in via Cavour. La nostra sistemazione andò abbastanza facilmente per il fatto che eravamo fra i primi che cercavano rifugio in un convento. In seguito il numero delle persone in cerca di un simile asilo, crebbe notevolmente.

Che impressione ha fatto tale cambiamento di vita e di ambiente su tutti? Particolarmente sui figli?

La figlia Mirella fu molto influenzata dall’ambiente cattolico. Le suore [erano] in genere persone con mente aperta, intelligenti e molte fra di loro erano anche molto colte. Gli altri bimbi erano troppo piccoli per comprendere le cose a fondo e presero il cambiamento di vita come una necessità causata dalla guerra. Il figlio maggiore Giorgio, dopo un certo soggiorno dal prof. Bonaiuti, fu tolto di lì e messo nel collegio dei preti Cristo Re e studiava regolarmente.

Qual è stata l’influenza di tale ambiente su Giorgio?

Era di carattere chiuso. Evidentemente soffrì più degli altri figli, trovandosi lontano dalla famiglia e quindi più sacrificato. In quel periodo era piuttosto svogliato anche negli studi. Si sentiva isolato e per giunta era anche più esposto ai pericoli dei bombardamenti. Il collegio si trovava vicino all’aeroporto del Littorio e i bombardamenti degli Alleati si facevano sentire in quel quartiere più che altrove. Fece un anno scolastico scarso, essendo stato levato di lì nel mese di aprile 1944 e portato in un’altra parte di Roma da nostri amici cattolici. Rimase da loro fino alla liberazione di Roma da parte degli Alleati. Io con gli altri figli rimasi nel convento fin dopo la liberazione di Roma avvenuta il 4 giugno 1944. Durante tale periodo le nostre carte furono cambiate con documenti legali, pur fittizi dal lato nomi. [...][2]

Vorrei menzionare che i due grandi bombardamenti di Roma avvennero il 19 luglio 1943 ed il 13 agosto 1943, nelle quali date furono bombardati la Chiesa di San Lorenzo e il cimitero. Dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia il 10 luglio1943, le persecuzioni dei tedeschi e dei fascisti diventarono ancora più crudeli. All’alba del 16 ottobre 1943, per ordine del comando tedesco, aiutato dalla milizia fascista fu circondato il ghetto di Roma e furono visitate le case degli ebrei negli altri quartieri di Roma. Molti ebrei che i nazi-fascisti riuscirono ad acciuffare sul posto furono portati via e finirono la loro vita nei campi di sterminio. Ci furono allora numerosissimi casi commoventi, quando vicini di casa ariani, riuscirono a salvare tempestivamente in vari modi, i loro vicini ebrei o quei membri delle loro famiglie che riuscirono ad avvertire e a nascondere. Dopo il 16 ottobre 1943 ci furono varie retate nelle strade effettuate dai nazi-fascisti, a caccia degli ebrei come pure di ex-militari italiani che si rifiutarono di servire i tedeschi. In quel periodo tutti conventi e molti privati aprirono le loro porte per salvare i perseguitati. Anche nel nostro convento i corridoi erano pieni zeppi di profughi.

Negli anni tra l’inverno 1943 e il 1944, avevo fatto due corsi di pronto soccorso sotto falso nome; un corso come assistente sociale, l’altro più fondamentale e presi i relativi diplomi. La pratica l’ho fatta nei mesi di aprile e maggio 1944 nell’Ospedale di S. Giovanni, durante i bombardamenti dei dintorni di Roma.

Nel periodo nel quale i tedeschi e le camicie nere entravano in alcuni conventi, sebbene extra-territoriali, portando via gli ebrei rifugiati lì, come pure i militari italiani, le suore si offrirono in certe contingenze a darci i loro vestiti; io però mi allontanavo quando lo richiedeva la situazione, per qualche sera portandomi dietro il bambino piccolo (circonciso e quindi in pericolo).

Ci nascondevamo in un appartamento abbandonato, al buio per non farci notare. In quel periodo le persecuzioni si acuirono di molto, specie dopo l’incidente in via Rasella (nel mese di marzo 1944 furono uccisi 33 tedeschi) che causò una rappresaglia atroce: il massacro di 335 persone prese a caso, fra cui c’erano molti ebrei ed anche alcuni nostri parenti. Tale massacro fu descritto nel libro Le Fosse Ardeatine da mio padre il fu professor Attilio Ascarelli.

Le perdite fra i nostri parenti furono notevoli. Tre mie zie che andarono in Toscana con le loro famiglie, furono denunciate e tutti furono deportati ad Auschwitz. Un’altra mia zia dalla parte di mia mamma, insieme a due figli, furono presi dai tedeschi. Essa fu deportata in un campo di sterminio e i due figli perirono nell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Voglio ancora rilevare che lo sbarco ad Anzio (Roma) ebbe luogo il 22 gennaio 1944 e i mesi dal gennaio al 4 giugno 1944 - data della liberazione di Roma - erano pieni di tensione, di ansia e di panico indescrivibile per le operazioni lente degli alleati.

Potrebbe dire il numero di ebrei deportati da Roma?

Secondo i dati statistici a me noti, furono deportati circa 10.000 ebrei fra l’Italia e Rodi.

Dopo la liberazione di Roma, rimasi ancora per un po’ di tempo nel convento. La nostra casa era occupata da una famiglia di fascisti, e quando ritornammo a casa della famiglia Sereni, dovemmo coabitare con loro. Ciò era molto duro perché uno di loro si comportava con prepotenza e ci minacciava fino a tal punto che fummo costretti a cercare l’intervento di un nostro vicino di casa. In quell’epoca sapemmo che erano arrivati i soldati della Brigata Palestinese e combinai subito per andare alla Hakhshara Harishonim[3] di Bari. I tre figli più grandi furono accettati subito, mentre io con i due figli più piccoli stavo in una camera affittata. Rimasi a Bari fino al mese di novembre 1944 e mia figlia Sandra fece gli esami di ammissione nelle medie. Naturalmente, i bambini potevano di nuovo frequentare le scuole regolari (cioè miste) e tutte le restrizioni furono subito abrogate. Nel 1945, precisamente nel mese di marzo mi recai con i figli in Palestina, con la prima Aliya dopo la liberazione di Roma. In quel periodo nel Nord Italia si combatteva ancora e la liberazione finale d’Italia avvenne solo il 28 aprile 1945. Nel gruppo della nostra Aliya[4] c’erano molti ebrei di vari paesi, i reduci dei campi di concentramento di Ferramonti e degli altri. Il numero degli ebrei italiani era relativamente scarso.

Il 25 marzo 1945 mio marito arrivò in Palestina direttamente da Asmara e ci raggiunse a Givat Brenner, dove i miei 5 figli furono accettati dall’Aliyat Hangar. Io dopo essere stata ospitata dalla mia cugina Rocas, andai a lavorare presso gli inglesi dimorando nel Kibbutz Givat Brenner. Mio marito si mise a lavorare nella fabbrica di marmellate di Givat Brenner. Dopo qualche mese tornò a Roma per rivedere i genitori e sistemare gli affari più o meno sospesi per la guerra.


[1] WIZO: Women’s International Zionist Organitation.
[2] Manca una riga.
[3] Luogo di raccolta dei profughi in partenza per Israele durante il periodo dell’emigrazione illegale in Palestina. Cfr. Ada Sereni, Clandestini del mare. L’emigrazione ebraica in Israele dal 1945 al 1948, Mursia, Milano 1994.
[4] Con questo termine si indicava l’emigrazione in Palestina. Aliah significa propriamente “salita” ed è un termine religioso che si riferisce in genere alla salita al tempio di Gerusalemme